MOSTRE E CATALOGHI

Critica del Gusto

FISIOLOGIA DEL GUSTO

di Mario Mantelli

 

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"L'arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte"

(Dino Formaggio) 

 

 

CRITICA DELL'ARTE IN PIZZERIA.

 

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edere che cosa c'è alle pareti delle pizzerie: Marina triste, Clown in lacrime, Nudo di donna sconsolato, Natura morta malinconica; cornici piuttosto importanti, con filetti d'oro. L'idea allora è stata ovvia: proporre alla prima occasione una serie di immagini che, esposte in pizzeria, fossero più producenti. Producenti a che? Al secernimento della saliva e alla serenità dello stomaco, senza tuttavia contar troppo sull'occhio umidificato da birra o da vino, proclive all'indulgenza nel giudizio estetico (l'arte in pizzeria e nei ristoranti ha lo scopo benemerito di facilitare la digestione nonché di gratificare chi non s'intende d'arte dell'illusione di esserne intenditore nel limitato spazio di tempo che intercorre fra l'antipasto e l'ammazzacaffè).

Che cosa c'è di meglio dunque che esporre la pizza e l'arte moderna fuse assieme, esponendo fotografie di pizze che riproducono quadri fra i più famosi del nostro secolo? Ecco l'idea: ti presento i capolavori dei grandi maestri, ti rendo appetibile l'arte moderna, ti offro una pizza Picasso come alternativa alla Quattro stagioni.

 

 

 

CRITICA DELL'ARTE (COTTA E MANGIATA).

 

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a questa plausibile operazione, quest'opera buona direi, rivela ad un'analisi più attenta un tentativo tendenzialmente iconoclasta nonostante le apparenze di un omaggio mimetico.  

Si vuole vedere se l'arte si può mangiare e, prima ancora, se si può cuocere.

Arte che si può mangiare. Precedenti: la pasticceria. Marie-Antoine Careme, il più illustre cuoco francese, così ha detto: "le belle arti sono cinque e cioè: la pittura, la scultura, la poesia, la musica e l'architettura, che ha come ramo principale la pasticceria" (citato da Aldo Buzzi). Ma di questa architettura particolare non si possono consumare che le macerie. L'arte edule è il contrario dell'arte edile: il suo fine e distruggere, non costruire. Mangiare l'arte moderna sotto forma di pizza è volerla distruggere, è un'operazione di vero "secondo Futurismo", così come il primo Futurismo voleva distruggere l'arte tradizionale.

Arte che si può cuocere: non è una novità; la ceramica è vecchia quasi quanto la storia dell'uomo. Essa è certamente il precedente più affine all'operazione "pizze artistiche". Non per niente il Museo delle Ceramiche di Faenza, ad esempio, dà ad ogni persona normale l'impressione di trovarsi all'interno di un grande pastificio (Barilla, Agnesi ecc.). Anche la ceramica é pasta cotta, ma attenzione! Ha dovuto scontare questo suo status finendo per occupare il grado forse più umile tra le arti minori. Quindi mi pare che sussista un tentativo di degradare la più "aulica" fra le arti figurative cioè la pittura.

Essere cotta e mangiata: due modi non previsti da Hegel in cui si attua la morte dell'arte.

Fatte queste considerazioni, permane più di un sospetto che la conclusione avrebbe potuto essere una’epirosi (che è d'altronde l'ipotesi esplicitamente fatta da Mario Fallini: lasciarle bruciare tutte, queste pizze artistiche!). In realtà la vera conclusione è stata ancora più crudele. Per i filologi diremo che le pizze, una volta cotte e fotografate, sono state ibernate e ancora adesso ho un brivido pensando alla descrizione che mi è stata fatta della loro raggrinzita realtà attuale all'interno di un freezer. Per i fisiologi diremo che se pizze di tal tipo fossero mangiate e digerite, ci sarebbe una metabolizzazione dell'opera d'arte tesa a democratizzare la scandalosa proposta di Piero Manzoni. Come non averci pensato prima!

Le pizze artistiche sono un'operazione metalinguistica, molto al di là della lingua. Sono una proposta corporale completa. Non solo: metafore di corpi giacché lievitate, realizzano simbolicamente la lievitazione dell'arte, dilatandola verso nuovi confini... 

 

 

 

CRITICA DELL'ARTE MODERNA: MIMESI CON PEPERONE, CIPOLLA E POMODORO

 

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a riprendiamo dal principio. All'origine c'è la copia di un'opera d'arte; nel punto precedente mi è scappato di dire: "omaggio mimetico". Ma la mimesi, in realtà, è un brutto modo di trattare l'arte, quella moderna in particolare. La mimesi porta al falso, è imitazione. Ritenere l'arte moderna oggetto di mimesi è il massimo affronto che le si possa fare. L'arte moderna, l'arte delle poetiche, dei manifesti, delle intenzioni, l'arte dell'idea insomma, richiederebbe metessi, cioè partecipazione.

Che si volesse fare della mimesi è indubbio. Alla mia domanda: "E se una mosca si fosse posata su una delle pizza artistiche, l'avreste fotografata?" Enzo Bruno risponde: "Probabilmente l'avremmo cacciata via". Recidivi, gli autori hanno fotografato, senza auspicare intromissioni partecipatorie (2° livello della mimesi), la riproduzione (1° livello della mimesi) di un quadro d'arte moderna.

Ma..., c'è un ma fondamentale, che per me è una via d'uscita dalla coazione a riprodurre, via d'uscita magari involontaria, o forse no, volontaria, perché Giulio Masoni mi dice: "Non si tratta dell'arte della pasticceria, che, con i suoi strumenti e i suoi colori, avrebbe permesso una riproduzione rifinita. L'arte della pizzeria può permettere solo imitazioni approssimate". È, per me, la salvezza dell'intera operazione, dato che la parodia derivante dall'approssimazione rimette in circolo fatalmente la metessi; dirò di più, la parodia è congeniale all'arte moderna, che già di per sé è sovente autoironia, critica di se stessa, contributo alla sua propria morte come arte.

Paradossalmente chi crede alla parodia dell'arte moderna, crede ancora un po' alla sua prosecuzione, alla sua sopravvivenza, magari non più in una galleria d'arte, ma sulle pareti di una pizzeria. D'altronde basta considerare gli autori e i quadri scelti: salvo Mondrian, Kosuth e la pizza dell'Anonimo Informale Padano, seriosi e quindi ancora più sferzati dalla parodia, gli altri otto autori (o i loro quadri scelti per l'imitazione) hanno innegabili componenti burlesche: le enormi labbra di Man Ray, l'uomo-gallo di Depero, l'Arlecchino di Picasso, l'orologio molle di Dalì, Mirò, la Pop Art e, volendo, anche De Chirico e Fontana. Picasso, ad esempio, è un autore spiccatamente parodistico; e, come sostiene Sedlmayr, l'artista proteiforme per eccellenza e perciò il suo trasformarsi in pizza è fatale. Rifarlo coi peperoni e le cipolle continua il suo gioco decostruzionista nei confronti dell'arte. Fontana, poi, aveva già incominciato a trattare le tele con forchetta e coltello; la Pop Art aveva rivelato fin dal suo nascere una innegabile propensione per la cucina veloce e per le consistenze morbide da addentare. Le pizze artistiche dunque, più che un tentativo di distruzione, sono un tentativo di esaurimento dell'arte moderna.

"Mi porti un'arte moderna". "Spiacente, signore, l'arte moderna l'abbiamo esaurita. Vuole che le porti qualcos'altro?"

 

 

CRITICA DEGLI INGREDIENTI: MORTA L'ARTE RIMANE LA PIZZA 

 

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iamo partiti dall'imitazione per arrivare a qualcos'altro. L'imitazione che diventa altro da sé è d'altronde una costante della poetica di Mario Fallini. In una sua mostra del 1991 intitolata "De Imitatione…dal 1977”, l'allegoria dell'imitazione (ricavata da un'immagine della Novissima Iconologia di Cesare Ripa) veniva replicata mediante i più diversi metodi e materiali. Alla fine si comprendeva come il discorso nuovo, il superamento dell'imitazione, stava nei materiali e nel loro trattamento. Cioè a dire: degli ingredienti e nel loro dosaggio.

Analogo è il percorso compiuto dalle pizza artistiche. L'obiettivo è quello di arrivare a comunicare, con gli ingredienti e il loro dosaggio, una novità che vada oltre la precedente cognizione dell'arte imitata. Solo che in questo caso, rispetto a "De Imitatione”, c'è, per così dire, una marcia in più. Abbiamo a che fare con due codici completamente diversi: il codice della figurazione e il codice della pizza (che dovrebbe rimanere, pur riproducendo un quadro, sempre mangiabile e possibilmente ottima).

Questo fatto dei codici diversi sarebbe stato un invito a pranzo per gli strutturalisti degli anni ‘60. Qui mi limiterò a sottolineare il rigore che c'è stato nell'uso degli ingredienti, ad indicare il rispetto per il codice della pizza: sono stati ammessi solo ingredienti pizza-compatibili, fino al rifiuto della maionese per la campitura gialla del quadro di Mondrian (risposta all'obiezione da me fatta circa la maggiore nordicità della maionese rispetto alle listerelle di peperone giallo), fino al rifiuto delle patate, sotto qualsiasi forma, per la pizza De Chirico ed al suo amore per le crocchette di patate). Ma questi ed altri eventuali conflitti causati dalla compresenza dei due codici verrebbero superati nel momento in cui si realizzasse quello che ritengo l'obiettivo di fondo dell'operazione (un obiettivo crociano: far sì che forma e contenuto coincidano): arrivare, tramite un processo di affinamento della riproducibilità artigianale e mediante le necessarie semplificazioni figurative, alla vera pizza Picasso (quella con i peperoni le cipolle), alla vera pizza De Chirico (quella compresa aula, melanzane, uovo sodo e carciofino), alla vera pizza Man Ray (quella con la salsa di pomodoro e i capperi).

Ai bimbi, più accontentabili nel gusto, si proporrà la vera pizza Dalì, cioè la pizza-orologio molle, pendente dal forchettone, che poi non è altro che una pizza normale con le forme di un orologio, così come si fa con i biscotti a forma di animali o con il dolce forma di pupazzo delle feste (a proposito la vera pizza Depero dovrebbe essere ritagliata a forma di pupazzo, essendo anch'essa, a parer mio, da proporre ai bambini). I bambini si accontentano maggiormente della figurazione in cucina.

Personalmente sarei quasi commosso da questo punto d'arrivo, perché ci vedrei confermati secoli di estetica occidentale:

1) l'artigiano è più vicino dell'artista al mondo delle idee (Platone: “Senti come il cuoco, con l'accostamento di sapori uovo sodo-carciofino ha reso alla perfezione ciò che voleva veramente esprimere De Chirico in Torino Primaverile");

2) l'universalità del giudizio di gusto si fonda sulla comunicabilità del sentimento (Kant: “ Assaggia questa “pizza Kosuth”: non è vero che è la migliore?");

3) la vitalità non stanca, l'arte vera e propria si (Eco: "Stasera rimangerei volentieri una pizza Picasso, come ieri, ma non mi sento di andare a vedere per la seconda volta la mostra delle sue acqueforti").

 

"... nella ricerca artistica di "avanguardia" nel Novecento la conoscenza artigiana dei materiali, quando è unita a elementi inventivi di tipo intellettuale, conduce a certi procedimenti di lavoro nuovo che sono studiati come tecniche artistiche (interne a uno stile un linguaggio, per effettuarlo perfettamente)"

 

(Arnaldo Pomodoro) 

 

 

POST-SCRIPTUM

 

Q

uanto sopra è solo uno dei tanti discorsi proponibili sull'argomento: è il più "filosofico", non è detto che sia il più urgente.Tante altre questioni si affollano davanti agli occhi e alla bocca di chi gusta la pizza e l'arte. Citiamo alla rinfusa. Una forma di superamento della mimesi delle opere d'arte non poteva coincidere con una cottura oltre il dovuto, vedendo che cosa ne sarebbe venuto fuori?

Quali sono i precedenti dell'abbinamento arte-cibo nell'arte moderna oltre alla famosa cucina futurista?

Le preferenze gastronomiche degli artisti rappresentati nelle pizza artistiche devono diventare oggetto della rappresentazione?

Quali bevande sarebbe opportuno abbinare a tale cibo: cocktail d'arte?

Le pizze artistiche hanno come orizzonte intenzionale il "fai da te"?

La pizza ha una sua collocazione iconografica nell'arte del Novecento?

È giusto che solo i grandi entrino a far parte del mondo della pizza? Non sarebbe giusto riservare uno spazio agli artisti cosiddetti “minori”?

Riguardo a quest'ultimo problema sono favorevole al fatto che anche i “minori” abbiano le loro pizze, magari sotto forma di pizzette valide per uno spuntino se non per un intero pasto. Un minore può offrire spunti per ingredienti interessantissimi. Penso ad un quadro come Nevicata di Ugo Bernasconi in cui certi contrasti fra neve e marroni delle parti non ricoperte da neve potrebbero essere resi da mozzarella ed estratto Liebig, con spolvero di noce moscata o di cannella, penso ai Chiaristi lombardi, ai loro passaggi impareggiabilmente evocati da il rosa del prosciutto cotto, dai verdi dei pisellini primavera, dai bianchi madreperlacee dello stracchino …

 

Mario Mantelli

 

 

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