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roscellino, il nominalismo e la disputa sugli universali

fonte: TRECCANI.IT 

 
   

Roscellino di Compiègne (Roscelinus de Compendiis o de Compendio) Maestro di dialettica (1050 ca. - 1125 ca.). Della sua vita sappiamo molto poco: a Loches ebbe come allievo Abelardo, e verso il 1092 fu inquisito al Concilio di Soissons, ma evitò la condanna grazie a una ritrattazione. Dopo alcuni anni trascorsi in Inghilterra, fece ritorno in Francia, e morì probabilmente a Besançon. L’unica opera di sicura paternità di R. che ci è giunta è l’Epistola contra Abaelardum, mentre è tuttora dubbia l’attribuzione che gli viene fatta in qualche manoscritto di alcune opere logiche. Del pensiero di R. si ha quindi conoscenza quasi esclusivamente per via indiretta, ossia tramite la testimonianza degli scritti dei suoi contemporanei, o per meglio dire, avversari, il più importante dei quali è l’Epistola de incarnatione Verbi di Anselmo d’Aosta. La nota più caratteristica del pensiero di R. è rappresentata dalla sua concezione degli universali. Secondo questo autore i generi e le specie (per es., ‘animale’ e ‘uomo’) non rimandano all’esistenza di essenze universali (l’‘animalità’ e l’‘umanità’), ma indicano esclusivamente delle entità individuali. Tenendo fede alla testimonianza di Anselmo, per R. i generi e le specie altro non sono che delle emissioni vocali (flatus vocis), ossia semplici articolazioni di suoni. In contrapposizione al ‘realismo’, che nella sua forma più estrema considerava gli universali delle vere e proprie res, questa dottrina viene solitamente designata dagli studiosi come «vocalismo». Se per R. gli universali sono quindi soltanto dellesemplici voces, la realtà si costituisce unicamente da enti individuali, e dalle voci che a questi enti rinviano. Applicata in ambito teologico questa dottrina non poteva non avere delle forti ripercussioni, come ci testimonia la ritrattazione alla quale dovette ricorrere il maestro francese in occasione del Concilio di Soissons. In quella sede R. fu accusato di triteismo, ossia di considerare le tre persone divine come tre sostanze distinte tra loro, giacché la sua concezione degli universali impediva di concepire più entità distinte facenti capo a un’unica sostanza; ma ammettere l’unicità della sostanza nelle tre persone significava ammettere che a incarnarsi non sia stato solo il Figlio, ma anche il Padre e lo Spirito Santo.

   
 

 

Dettaglio di una 'T'(ractatum) miniata all'inizio del "De sphaera" di Sacrobosco - cod. Harley 3647, f. 22 (1292) . 

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